“Portare Speranza…pagando di persona” – A Cinisi mons. Pennisi la virtù della Speranza con le parole di Puglisi

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Omelia di Mons. Michele Pennisi – 15 Settembre – B.M. Vergine Addolorata – Santuario Ecce Homo di Cinisi – XXIV della morte del Beato Pino Puglisi

La Chiesa oggi ci presenta la Vergine Maria Addolorata,partecipe della passione del suo figlio come segno di consolazione  e di sicura speranza. Il mondo di oggi  ha tanto bisogno di compassione , di consolazione e la  memoria della Madonna addolorata  , definita da Dante”di speranza fontana vivace”, ci da una lezione di compassione  con i dolori del mondo ,aperta alla speranza. La speranza per noi cristiani non è un vago ottimismo, ma una persona:Gesù Cristo morto in croce e risorto.

Don Pino Puglisi, di cui oggi ricorre il XXIV della morte diceva:”«Venti, sessanta, cento anni… la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo Amore che salva. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo». Con la sua testimonianza ha seminato speranza, indicando la strada della gioia del Vangelo, che riempie il cuore e la vita intera di coloro che incontrano e si lasciano afferrare da Gesù perché si sentono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento, dalla disperazione.La speranza cristiana deve essere testimoniata nella vita di ogni giornocaratterizzata dall’amore, dalla gioia, dall’umiltà, dalla mitezza, dalla capacità di perdono.

L’odio, l’orgoglio, la prepotenza, la vendetta ,l’intolleranza, che sono all’origine di ogni atto di violenza terroristica o mafiosa,derivano dalla mancanza di speranza. I terroristi e gli appartenenti alle varie mafie sono persone tristi, senza futuro che vogliono uccidere la speranza di un mondo rinnovato dal messaggio  di amore,di misericordia  e di perdono che deriva da Cristo Crocifisso. Ma noi adulti rendiamo testimonianza di Cristo Crocifisso e di Maria addolorata  come fonte di speranza nella nostra vita di ogni giorno ?

La liturgia ci fa leggere nella lettera agli Ebrei i sentimenti del Signore nella sua passione: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte”. Maria SS. ha  preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza. Maria SS. è presente in due episodi significativi del Vangelo di San Giovanni: all’inizio quando esorta il figlio alla sua prima manifestazione divina pubblica con il miracolo alle nozze di Cana ed  quando il Figlio ha sua massima manifestazione e glorificazione sotto la Croce. Maria diventa, proprio nella scena della Croce la madre di tutti i cristiani.  Nei momenti difficili, che non mancano nella vita di ognuno, non siamo soli: come a Giovanni ai piedi della Croce, Gesù dona anche a noi sua Madre, perché ci conforti  , consoli  con la sua tenerezza.

Maria diventa la fonte della nostra speranza , la speranza dei cristiani che si affidano a Maria nel momento massimo del dolore; è la speranza che guarda al di sopra ed al di la delle vicende terrene ma che si realizza su questa terra. Noi creature umane abbiamo bisogno di speranza per vivere, come dell’ossigeno per respirare. Si dice che finché c’è vita c’è speranza; ma e vero anche il rovescio: che finché c’è speranza c’è vita.

La speranza è stata per molto tempo, ed è tutt’ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera dice Peguy. Si parla spesso della fede, più spesso ancora della carità, ma assai poco della speranza. La tentazione più forte che potrebbe impadronirsi del nostro cuore di fronte agli scenari del tempo in cui viviamo, segnati dall’angoscia del terrorismo e della guerra e dall’insicurezza economica e sociale, è la disperazione: “Pensare con chiarezza e non sperare più” (Albert Camus). La speranza, che si inserisce nel rapporto fra tempo ed eternità,  è diversa dall’ottimismo, che è un atteggiamento acritico, una convinzione infondata che alla fine tutto andrà bene. «Annullando la tragicità del male, l’ottimismo – sostiene il card.Jean Danielou – è il nemico peggiore della speranza. Mantenendo gli uomini nella illusione di potersi liberare da sé, esso li distoglie in realtà dall’unica via della salvezza» . Il dinamismo della speranza umana, abbandonato a sé stesso, sfocia in varie forme di utopie e di ideologie generando, a seconda dei casi, presunzione o disperazione, tristezza e distrazione, fatalismo o accanimento nel perseguire il proprio progetto. Se il rischio dei tempi di tranquillità e di relativa sicurezza è quello della presunzione – nell’illusione di poter cambiare facilmente il mondo e la vita -, il rischio opposto – proprio dei tempi di prova – è quello della disperazione, più o meno larvata, che si manifesta nella ansietà, nel timore dell’avvenire, nella paura del domani  che prevale sulla volontà   di preparare e di plasmare il futuro. Lo vediamo anche sul piano umano e sociale. In Italia si è fermata la speranza e con essa la fiducia, lo slancio, la crescita, anche economica. Il “declino” di cui si parla nasce da qui. La paura del futuro ha preso il posto della speranza. La scarsità delle nascite ne è il rivelatore più chiaro.

Ma, “che cosa possiamo sperare?”: è questa la domanda con cui si confronta Benedetto XVI nella sua Enciclica sulla speranza cristiana, intitolata Spe salvi, “salvati nella speranza”, come dice Paolo nella lettera ai Romani (8,24). Si tratta di un interrogativo largamente umano, che ci riguarda tutti, dal momento che tutti abbiamo bisogno di una “speranza affidabile, in virtù della quale poter affrontare il nostro presente”. Sì, perché “il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (n. 1). Alla domanda “che cosa possiamo sperare?”, la fede cristiana dà sin dall’inizio una risposta chiara: “La redenzione, la salvezza… non è un semplice dato di fatto. Essa ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza” (ib.). Nella tensione drammatica fra l’illimitata aspirazione del desiderio dell’uomo e la limitatezza della sua condizione creaturale, l’uomo si sente chiamato ad una speranza il cui compimento supera il suo potere e si apre alla dimensione dell’eternità.

“La speranza – afferma Tommaso d’Aquino – è l’attesa certa di un bene futuro, arduo, ma possibile a conseguirsi”. Questa  certezza poggia su una presenza  volta a un cammino faticoso verso una meta sicura. La speranza  non è la semplice dilatazione del desiderio, ma l’orientamento del cuore e della vita a una meta alta, che valga veramente la pena di essere raggiunta, e che tuttavia appare raggiungibile solo a prezzo di uno sforzo serio, perseverante, onesto, capace di sostenere la fatica di un lungo cammino. Kierkegaard definisce la speranza “la passione per ciò che è possibile”, mettendo in particolare l’accento su quell’amore doloroso e gioioso che lega il cuore umano a ciò di cui ha profonda nostalgia e attesa. In un’epoca di passioni ideologiche, Roger Garaudy aveva definito la speranza “l’anticipazione militante dell’avvenire”, con una sottolineatura – tipica di quella stagione – dello sforzo prometeico del soggetto personale e collettivo nella realizzazione del futuro atteso. Il teologo della speranza, Jürgen Moltmann, l’aveva definita agli inizi degli anni Sessanta come “l’aurora dell’atteso, nuovo giorno che colora ogni cosa della sua luce”, evidenziando come vivere la speranza significhi “tirare l’avvenire di Dio nel presente del mondo”.

L’incrocio di questi diversi approcci alla speranza mostra di quante attese essa può farsi carico: ecco perché occorre distinguere i due possibili volti del futuro sperato. “Redenzione” o “emancipazione”? Dono teologale che viene da Dio o conquista dell’impegno umano? La speranza del sole dell’avveniredi stampo socilaista o la speranza aperta all’Avvenire di Dio. La salvezza attesa e sperata è un fiore della terra spuntato esclusivamente grazie alla fatica dell’uomo, o è dono dall’alto, certamente preparato e atteso, e tuttavia sempre sorprendente e irriducibile dalla stessa parabola della “via moderna”: una speranza umana, troppo umana, non ha prodotto maggiore libertà, uguaglianza e fraternità. Come dimostrano tutte le avventure ideologiche, la speranza affidata al solo portatore umano è sfociata nell’inferno dei totalitarismi, dei genocidi e delle solitudini, in cui l’altro è stato ridotto ad avversario da eliminare o a semplice “straniero morale” da ignorare. Perciò, secondo il Papa  Benedetto XVI, consapevoli o meno, tutti abbiamo bisogno di una speranza più grande, di una speranza ultima.

La fede cristiana riconosce il fondamento di questa speranza nel futuro di Dio,dischiuso all’uomo come patto e promessa nella storia biblica della salvezza ed in particolare nella resurrezione di Cristo dai morti. La differenza fra l’utopia e la speranza che nasce dalla fede è quella stessa che c’è fra l’uomo solo davanti al suo domani, e l’uomo che ha creduto nell’avvento di Dio e aspetta il Suo ritorno, andandogli incontro con inequivocabili segni di preparazione e d’attesa. Davanti agli scenari del tempo e del cuore, segnati per tante ragioni dalla paura e dall’insicurezza, la speranza utopica rischia di essere evasione consolatoria, fuga dalle responsabilità del presente. La speranza che nasce dalla fede – pur non sottraendosi a questo rischio – calcola con l’ “impossibile possibilità” di Dio, e proprio per questo con quella maggiore audacia dell’amore che rende possibili gli altrimenti impossibili gesti della carità vissuta fino in fondo. Se c’è perciò un dono da chiedere a Dio per tutti, questo è allora la speranza teologale: una speranza più forte di ogni calcolo, eppure umile e fiduciosa nella promessa dell’Altro che è venuto a visitarci. Questa speranza non è qualcosa che si possa possedere, ma  Qualcuno che ti viene incontro e ti possiede, Colui per cui vale la pena di  vivere e amare e soffrire, radicati e fondati sulle parole della Sua promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20).

La fede cristiana riconosce il fondamento di questa speranza nel futuro di Dio, dischiuso all’uomo come patto e promessa nella storia biblica della salvezza ed in particolare nella resurrezione di Cristo dai morti, primizia della nostra risurrezione. La dinamica della speranza cristiana si sviluppa in un incontro con Cristoall’interno della comunità ecclesiale che, a partire dalla preghiera di domanda, ha come conseguenze la sicurezza  e l’operosità. La speranza cristiana è la  risposta dell’uomo alla nuova promessa di Dio che, grazie alla disponibilità della Madonna, «di speranza fontana vivace» , espressione della «carnalità del cristianesimo», ha reso possibile l’Incarnazione del Figlio di Dio.

Perché la speranza sia adeguatamente fondata è necessario che la presenza operante di Cristo risorto nella storia, divenga «l’unico punto di intelligenza» della realtà. Questo sguardo nuovo sulla realtà realizza un autentico “ecumenismo”, capace di valorizzare quanto di vero, di buono e di bello c’è in tutto ciò che si incontra, perché lo si lo riconosce partecipe  del disegno di Dio che si è rivelato in Cristo e il cui «compimento finale inizia nella storia nel Suo Corpo misterioso» . La speranza cristiana, che attende «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2 Pt 3,13), rimanda ad un impegno  nel presente, «offrendo la possibilità di un agire che serba ancora il suo pieno significato storico» .

La speranza cristiana come certezza nel futuro rimanda ad un presente che riconosce la presenza di Cristo Risorto come il Signore della storia e che si rivolge a Lui con una domanda certa. Nella speranza – scrive l’autore della Lettera agli Ebrei con una bellissima immagine destinata a divenire classica nell’iconografia cristiana – ”noi abbiamo come un’àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore” (Ebr 6, 17-20). Il fondamento di questa speranza è proprio il fatto che “negli ultimi tempi Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Se ci ha dato il Figlio, dice san Paolo, “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rom 8,32). Ecco perché “la speranza non delude” (Rom 5,5): il dono del Figlio è pegno e garanzia di tutto il resto e, in primo luogo, della vita eterna.

La speranza teologale è il “filo dall’alto” che sostiene dal centro tutte le speranze umane. “Il filo dall’alto” è il titolo di una parabola dello scrittore danese Johannes Jorgensen. Parla del ragno che si cala dal ramo di un albero lungo un filo che lui stesso produce. Posandosi sulla siepe, tesse la sua rete, capolavoro di simmetria e di funzionalità. Essa è tesa ai lati da altrettanti fili, ma tutto è retto al centro da quel filo da cui è sceso. Se si tronca uno dei fili laterali, il ragno interviene, lo ripara e tutto è a posto, ma se si tronca il filo dall’alto  tutto si affloscia e il ragno scompare, sapendo che non c’è più nulla da fare. È un’immagine di quello che avviene quando si tronca il filo dall’alto che è la speranza teologale. Solo essa può “ancorare” le speranze umane alla speranza “che non delude”. Da questa concezione della speranza cristiana, all’interno di una visione escatologica della storia, la cui fine, proprio in forza della vittoria di Cristo, consiste nel recupero totale della vicenda umana, deriva il valore delle opere umane e del servizio per il bene comune della comunità come spazio per la promozione della libera  creatività sociale di ogni uomo. La speranza cristiana, che è come il sole che si innalza su ogni giornata, riempie di significato eterno ogni tentativo di bene che l’uomo fa nel tempo”

La salvezza messianica che trova il suo compimento ultimo nell’eternità, comincia nella storia presente e si manifesta restituendo autenticità e bellezza a ogni dimensione della vita, compreso l’impegno sociale. Per il cristiano si tratta di raccogliere in modo nuovo e di nuovo l’invito rivolto loro dall’Apostolo Pietro nella Prima delle due Lettere a lui attribuite: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15).

Chiediamo alla Madonna che interceda presso il suo Figlio perché aumenti in noi il dono della virtù teologale della   speranza che ci renda testimoni gioiosi e coraggiosi di Gesù Cristo Risorto speranza del Mondo nell’attesa  del suo avvento glorioso.

+ Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale