Lettera all’intera Comunità diocesana per l’emergenza Coronavirus

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LETTERA ALL’INTERA COMUNITÀ DIOCESANA
di S.E. Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale

 

Figli carissimi,

sento il bisogno di scrivervi come Padre e Pastore della Chiesa che è in Monreale, confidandovi la sofferenza e la preoccupazione per questo tempo segnato dalla paura e dall’incertezza, per la diffusione e il contagio del Coronavirus (Codiv-19), ma ancor di più per la vita delle nostre comunità, private dell’immenso dono dell’Eucaristia e della dimensione comunitaria della nostra fede. Per questo, mentre la diffusione del Coronavirus avanza, vi esorto a restare saldi nella fede, fermi nella speranza e operosi nella carità.

Lo faccio con le parole di San Paolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35-39).

Carissimi, niente potrà mai separarci dall’amore di Dio, nessuna limitazione!

Come ci ricordano i Vescovi Italiani l’accoglienza delle nuove disposizioni governative “incontra sofferenze e difficoltà nei Pastori, nei sacerdoti e nei fedeli”, ma è motivata “unicamente dalla volontà di fare, in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica” (Comunicato CEI, 8.3.2020).

La messa non è finita! In questo periodo, fino al 3 aprile, i parroci e i sacerdoti continueranno a celebrare da soli: come Mosè sul monte, io e loro garantiremo una preghiera ininterrotta per tutto il Popolo di Dio. Sarà un tempo prolungato di “digiuno” quaresimale, che ci sospinge nel deserto. Ricorderete che l’antico popolo d’Israele vagabondò per 40 anni nel deserto, vivendo in un luogo di solitudine, impervio e senza tutti quei modi con cui, solo successivamente nella terra promessa, si sarebbe sentito vicino a Dio: il Tempio, il Sacerdozio, la Monarchia, i sacrifici, i precetti. In quel deserto Dio rimase sempre con il suo popolo, facendolo crescere e maturare. Oggi, per il popolo della Nuova alleanza, si ripresenta un deserto diverso, in un tempo di Quaresima che diventa nuova esperienza della misericordia di Dio. Anche oggi il Signore continuerà a camminare con noi, anche se il Tempio non c’è, ci nutrirà con quella manna dal cielo, che Lui sa sempre e comunque darci, in tempi e modi a noi sconosciuti.

Come non sentire in questo momento la voce del Maestro che dice: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno” (Mt 9,15). Se ci è chiesto di “digiunare” del corpo eucaristico di Cristo, non priviamoci della sua presenza, che in molti modi ci raggiunge, con un “digiuno” della fede.

Carissimi, non sottraiamoci a ciò che in questo tempo possiamo fare con una vita di fede che valorizzi e intensifichi la preghiera personale, il silenzio orante, con un ascolto più attento e assiduo della Parola di Dio. Viviamo la dimensione domestica della fede, riscoprendo la preghiera in famiglia, con la recita del S. Rosario e la meditazione della Via Crucis; prendiamo parte spiritualmente alla S. Messa, attraverso i vari social, valorizzando così la pratica della Comunione spirituale.

Vorrei che questa Quaresima fosse per tutti un’occasione di grazia per sentire la nostalgia e il desiderio di Dio, per ricercare l’essenzialità della vita e avvertire la presenza paterna e misericordiosa del nostro Dio, che cammina accanto a noi verso la luce trasfigurante della Pasqua. Per questo invito tutti i sacerdoti a rimanere disponibili per ascoltare le confessioni dei fedeli e per l’accompagnamento spirituale. In modo particolare penso a quanti in questo periodo potranno perdere un parente o una persona cara: non manchi la sollecitudine dei pastori e il calore della comunità per far sentire la consolazione di Dio in momenti così dolorosi, pur se non potranno essere celebrate le esequie pubbliche. Maria SS. Addolorata, modello di solidarietà e di sollecitudine verso chi soffre, sia segno di sicura speranza per tutti noi e per l’umanità.

Mai come ora sentiamo di appartenere ad un’unica famiglia umana, che ci chiede di allargare il nostro sguardo e avvertire il bisogno di abbattere ogni muro, soprattutto quello dell’individualismo e della ricerca egoistica della salvezza. Sento di esprimere la mia vicinanza alle persone colpite da questo virus e ai loro familiari, agli anziani esposti alla solitudine, a quanti subiscono le conseguenze di questa crisi sul piano lavorativo ed economico; manifesto la mia riconoscenza per il loro generoso servizio agli operatori sanitari, ai volontari, e a coloro che hanno responsabilità scientifiche e politiche per la tutela della salute pubblica. Incoraggio tutti a superare il rischio di cadere nello sconforto e nella paura.

Se da cittadini siamo invitati a seguire le norme di comportamento prudenziale da parte delle Autorità e dei Vescovi, per evitare il rischio del contagio, da cristiani siamo chiamati a leggere anche l’epidemia del Covid-19 alla luce del Vangelo e a intensificare le nostre preghiere.

Intensificare le preghiere significa anche conoscere meglio il volto di Dio a cui si rivolgono le preghiere. Il Dio in cui noi cristiani crediamo è un Padre ricco di misericordia che si prende cura di ogni figlio, che è vicino ad ogni miseria e a ogni sofferenza, che non castiga ma perdona, che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva. Il nostro Dio è il Dio della vita e della risurrezione, quindi non dobbiamo avere paura, perché egli non ci abbandonerà neppure nel momento della malattia e della morte, anche se noi lo dovessimo abbandonare.

Gesù è il buon samaritano che si prende cura dei drammi della nostra umanità e chiede a chi crede di fare lo stesso, facendosi prossimo di chi è nel bisogno. Buon samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, che si commuove per le avversità del prossimo, che porta aiuto nella malattia. Per questo vi chiedo di farvi prossimi, superando le “distanze fisiche”, anche mediante gli strumenti di comunicazione sociale.

La fede che si esprime nella preghiera ha una sua forza, con cui possiamo affidarci al Signore perché ci liberi dal male e ci aiuti a combattere la malattia servendoci di tutti i contributi della scienza. Guardiamo a Gesù, il crocifisso risorto, che ha voluto soffrire come noi e per noi per mostrarci il suo amore e donarci una gioia profonda capace di dare senso anche alle nostre sofferenze. Il Figlio di Dio si è identificato nell’uomo che soffre, soffrendo lui stesso, per vincere il male e la morte. Egli è risorto, è vivo! Egli è presente in mezzo a noi!

Coraggio, figli carissimi, restiamo saldi nella fede in questo tempo di prova!

Invoco su tutti voi di cuore la benedizione del Signore, per intercessione di Maria, Salute degli infermi, di San Castrense e San Rocco, nostri celesti Patroni.

Monreale, li 9 marzo 2020.

 
9.3.2020.LetteraDiocesi_Coronavirus